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10 ottobre 2006
Il cavallo di Nietzsche
A proposito di Nietzsche, Philippe Sollers scrive nel suo romanzo La vie divine (Gallimard, 2006) che “le cheval, c'est lui” (154). No, non propriamente. Nietzsche si situa nella genealogia del cavallo, dell'animale, si cavallizza senza mai diventare cavallo. Sino a oggi nessun uomo è diventato cavallo. Il centauro si è fermato a metà.
La genealogia naturale e animale sorge come fantasma in quanto sentinella ideale e mortifera della morte del padre che non riesce. Lacan ha scritto che l'agnello non sta al posto di Isacco – come comunemente si intende – ma al posto di Abramo. Non propriamente. L'animale non sta al posto di niente: indica solamente il tentativo di messa a morte del padre, del nome, dello zero, dell'autorità. Tentativo che non riesce. La non riuscita è il totem animale. Il padre è insostituibile, immortale, inazzerabile.
Nietzsche è filosofo. L'ultimo filosofo. E con Heidegger comincia la post-filosofia. Non a caso ha scritto un testo sulla morte della filosofia, mentre Marx si era limitato a parlare di miseria.
Dire che Nietzsche è filosofo è un'occasione per indicare non un titolo né una funzione sociale, ma un errore tecnico. La filosofia è una briciola del niente, proprio del non-ente, non nel senso della negazione ma in quello dell'assenza di ente, di ontologia.
Il verbo essere non ha lo statuto accreditato dai filosofi: sta sul bordo della serie dei significanti, è una proprietà del significante non preso nella funzione. Il filosofo non può non credere nei tre principi della logica di Aristotele, non può non credere nel politeismo, non può non credere che esista nel fondo delle cose un continuo che passa circolarmente dall'uomo all'animale, a dio, al diavolo. Non può non credere alla circolarità lunare in quattro fasi della donna: Atena, Afrodite, Hera, Ecuba.
L'amore per il cavallo è lo stesso di quello di Socrate, quello che gli ha insegnato Diotima, la sapiente di erotica, disciplina che viene dall'espediente e dall'euforia.
L'animalismo dell'epoca è l'altra faccia del divismo nazista. E senza riferimenti al nazismo, fatti solo dalla sorella di Nietzsche, il superuomo è l'uomo della vita divina. Afferma infatti il filosofo tedesco di chiamare la sua anima divina.
Gli uomini che si attengono alla decisione sovrana sono ancora impastoiati con il dionisiaco (la versione pagana del godimento), infatti Nietzsche dice che per loro “le operazioni più materiali dei sensi sono trasfigurate da una ebbrezza simbolica della più alta spiritualità, e avvertono in loro stessi una sorta di divinizzazione del corpo”. Preludio alla animalizzazione dell'uomo, anche quella di Darwin, che ha la sua altra faccia nell'umanizzazione dell'animale, suggellata dall'abbraccio ebbro del cavallo.
L'uomo dio si fa uomo animale e l'animale si umanizza, sul fondo del dio animale greco e non solo. Formula che applicata al monoteismo cristiano è considerata una bestemmia.
La lezione da trarre dall'episodio del cavallo a Torino di Nietzsche non è quella della vita divina – che permane l'altra faccia della vita animale – ma quella di intendere che andare in bestia è una strada senza uscita.
Fare il matto (da madido di alcool più che di sudore) non porta a nulla. Insegna Pirandello quanto sia facile tirare sulla corda pazza. Ne sapeva qualcosa anche rispetto al caso della moglie.
La serie dei pazzi eccellenti, Hölderlin, Cantor, Campana, Artaud... rimane motivo di idolatria per l'uistitismo, per i credenti e i miscredenti delle genealogie di potere che affiggono gli animali nei loro stemmi araldici.
La ricerca libera, leggera, intellettuale, non ha nulla da guadagnare dalla corda pazza. Nessun cavallo di Troia. Nemmeno nessuna zooteologia politica come aveva percepito Jacob Taubes in Carl Schmitt.
L'animale non è la copia dell'animale che ogni uomo ha dell'animale. Lo statuto dell'animale è quello dell'originario, e non quello di sostituto, né di Isacco, né di Abramo, né di Satana, né di Dio. Nessuna perversione buonista o cattivista a proposito dell'animale.
L'animale è l'enigma dell'originario. Negato l'animale per il principio d'origine genealogico ognuno si animalizza, si fa uroboro, circolando si divora la coda.
L'animale fantastico introdotto dai miti, dalle religioni, dalla poesia, dall'arte è ironico. Chimera, araba fenice, unicorno, ircocervo...
Si è trattato e si tratta ancora di sfatare la credenza nell'animale reale, visibile,
divorabile dall'altro animale o massacrabile dall'uomo.
Ammettere l'animale come originario scioglie l'ipoteca dell'uomo come secondario, per esempio quello troppo umano di Nietzsche e quello a una dimensione di Herbert Marcuse.
Giancarlo Calciolari
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